Il fenomeno dei “manager” della spesa di quartiere

I “manager” della spesa di quartiere

Sono giovani e meno giovani, precari o persone in pensione. E tutti si sono creati un micro-reddito secondario tramite la loro passione – il cibo e le produzioni di qualità – declinata in versione digitale. Qualcuno si dice anche disposto a lasciare il  primo lavoro per dedicarsi all’impegno che ama: fare il manager della spesa di quartiere.

Stiamo parlando dei gestori degli “alveari” agroalimentari promossi da una start-up, l’Alveare che dice sì, realtà nata in Francia che riprendendo l’idea di fondo dei GAS – i gruppi di acquisto solidali –  consente tramite piattaforma online di creare community tra chi vuole comprare prodotti agricoli della propria zona, facendo la spesa nel proprio quartiere, e i contadini e produttori locali. Una volta a settimana si crea un mercato reale, si va dal proprio produttore e si ritira il cibo acquistato online.

Ogni alveare però ha bisogno di qualcuno che lo gestisca, ed ecco quindi nascere in giro per l’Italia tanti mini manager della spesa di qualità, persone che si occupano di organizzare gli incontri, far entrare nella rete i produttori, gestire le spese. Dal nulla questi profili stanno creando ponti tra consumatori e venditori dando vita anche a un curioso fenomeno collaterale di auto-ricollocazione lavorativa.

Oltre a impegnare per capacità organizzative e imprenditoriali, questo “lavoretto” aiuta a portarsi qualcosa a casa – in media circa 200 euro al mese ma c’è anche chi ora arrotonda a  500 euro – e a rilanciarsi con un’occupazione/hobby nella propria zona. E’ il caso di Chiara Brandi, 40 anni, un passato da lavoratrice dipendente e ora blogger freelance oltre che una delle più promettenti gestrici di alveare italiane.

«Ho aperto il primo alveare a novembre del 2016 – spiega a La Nuvola – E sta andando molto bene perché siamo circa 1200 utenti. Siamo nella media degli alveari, con circa 30 spese a settimana in città»

Per Chiara la possibilità di creare la propria community di acquirenti e venditori di prodotti locali è un aiuto concreto. «Ogni gestore prende una percentuale sulla spesa, siamo intorno circa al 10% per ora, ed è una entrata economica in più che si può far fruttare. Grazie a questo introito io arrotondo a fine mese».

Non si tratta ovviamente di incassi degni di uno stipendio, ma il ruolo sociale che diventare manager della spesa di quartiere offre sta creando un effetto domino il cui impatto non può che essere positivo per l’economia agricola di una città. Ne è convinto anche Enrico Mangia, insegnante di 50 anni di Torino che un anno fa si è lanciato nell’impresa.

«E’ sicuramente un impegno ma io amo incontrare una volta a settimana i produttori e organizzare i contatti tra loro e i consumatori – spiega – Diciamo che il consumo sostenibile per me era già una abitudine da normale utente. Per ora fare il gestore è una passione, siamo una rete di 800 utenti qui a San Salvario (quartiere di Torino ndr). Se questa passione diventasse un lavoro, bè   non avrei dubbi a farlo a tempo pieno».

In totale in Italia esistono 113 alveari e 115 gestori. Il fenomeno però coinvolge più di 20.000 consumatori e i produttori locali: una fascia, quest’ultima, che fatica moltissimo a trovare sbocchi commerciali e vede la sharing economy come una opportunità. «Intercettare questi agricoltori è molto importante» spiega Mario Miglietta, pensionato di quasi 70 anni e una fame per le tecnologie che aiutino uno sviluppo sostenibile. «Ho avuto per trent’anni un negozio di prodotti bio, poi l’ho chiuso. Sono stato sempre abbastanza coinvolto qui nel quartiere di Porta Venezia a Milano e ho anche un blog che si occupa di tematiche sostenibili – continua – Ho saputo dell’Alveare perché li ho intervistati proprio per il mio blog! Oggi ho un gruppo di circa 500 utenti, anche se quelli che fanno la spesa sono una cinquantina. Però iscriversi è gratuito e per me fare il gestore è utile perché mi permette di continuare un progetto di divulgazione di pratiche sostenibili».

Insomma, i manager della spesa non hanno limiti d’età o di esperienza. E se pensate che sia un lavoretto da precari vi sbagliate: Ileana Iaccarino è passata da una promettente carriera nell’import/export a gestire un’economia agroalimentare di quartiere, sempre a Milano ma stavolta in via Losanna.

«Ho 37 anni e non mi pento di aver lasciato un’occupazione internazionale: spesso all’estero vieni in contatto con realtà in cui l’etica del lavoro lascia a desiderare – spiega a La Nuvola – Devo dire che è più stimolante stare in una economia di quartiere:  da gestrice ho la libertà di inserire tra i fornitori anche aziende ad impatto sociale. Faccio attenzione alle cooperative che impiegano il proprio guadagno a favore del lavoro di persone socialmente fragili. Ora abbiamo più di 650 iscritti all’alveare e circa 30/40 produttori».

Una piccola economia virtuosa, dunque, che contagia e fa bene al territorio e alla stima personale: un attributo che spesso il mondo del lavoro comprime e dimentica di valorizzare.

http://nuvola.corriere.it/2017/02/22/il-fenomeno-dei-manager-della-spesa-di-quartiere/]

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